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giovedì 1 agosto 2013

Un contributo alla discussione in vista del congresso di Sel


Con questo testo vogliamo portare un contributo al congresso di SEL prima che si apra la discussione congressuale e il confronto sull’elezione dei gruppi dirigenti locali e nazionali.
Si tratta di testo in definizione,  aperto  a contributi e integrazioni  e ad altre adesioni che stiamo raccogliendo da varie città.
Riteniamo che la nostra discussione su SEL debba intrecciarsi con una riflessione più generale che riguarda la crisi dei partiti e della democrazia, che non separi il tema di come discutiamo, come costruiamo e assumiamo le decisioni dalla fase politica, dal ruolo che intendiamo svolgere.
L’esito e la qualità del nostro congresso non dipendono solo dalla nostra discussione ma da quello che sapremo costruire in questi mesi cruciali e al tempo stesso confusi. Ci pare prioritario capire cosa si costruisce, come si fa avanzare una proposta aperta di cambiamento che produca oggi pratiche diffuse, valorizzi un quadro ampio di interlocutori e incida sul dibattito che si svolgerà nei congressi dei partiti del centrosinistra e della sinistra; in definitiva, se sapremo costruire un’alternativa per il Paese o se ci dovremo limitare alla registrazione di un’assenza di alternative.
Una nuova fase.
Sinistra Ecologia Libertà ha scommesso sulla costruzione della coalizione “Italia bene comune” e oggi è all’opposizione del governo Letta. Si è aperta una stagione nuova, più difficile, e bisogna ricostruire un’ipotesi credibile di alternativa per il governo del Paese.
Come ripartire dopo la rottura del centrosinistra, il terremoto elettorale e il governo delle larghe intese?
Si tratta di questioni che interrogano/incalzano SEL ma coinvolgono tutta la sinistra.
Il voto sul Presidente della Repubblica e il governo delle larghe intese non sono una parentesi o una deviazione nazionale in un quadro di ottima salute del centrosinistra nei territori.
La rottura della coalizione non è frutto di un accidente ma dell’esito di un conflitto politico all’interno del PD e del centrosinistra che ha visto anche SEL come bersaglio (come con il voto su Prodi, con i 45 falsi voti per Rodotà che volevano far ricadere su SEL la responsabilità della mancata elezione del candidato Pd). Questa rottura è figlia di una precisa lettura della crisi e di una precisa collocazione italiana nei vincoli internazionali: porta con sé un’egemonia moderata sul centrosinistra, il ritorno di una vocazione maggioritaria e autosufficiente del PD, una risposta involutiva alla crisi dei partiti. È oggi esplicito il rischio che la crisi e l’indeterminatezza del PD abbiano un esito che accentua queste spinte e riduce il senso strategico della coalizione attribuendo alla sinistra un’aggregazione subalterna.
La crisi della coalizione “Italia bene comune”
Chi ha investito, come noi, sulla coalizione deve oggi interrogarsi sulla natura di questa esperienza e sulle ragioni della sua rottura: il modo con cui è stata costruita ne ha pregiudicato la capacità di tenuta e la credibilità.
Nelle primarie e nella campagna elettorale è mancata una coalizione capace di interpretare il desiderio di cambiamento, riaprire i canali tra società e politica e sviluppare un’iniziativa che le conferisse un profilo innovativo.
La mancata costruzione di SEL e la sua conseguente inadeguatezza a produrre iniziativa politica hanno reso meno credibile ed efficace la nostra presenza nella coalizione.
Lo stesso strumento delle primarie, che avrebbe dovuto allargare la partecipazione aprendo a proposte e culture politiche nuove, si è in buona parte ridotto (a livello nazionale e locale) quando a una conta tra correnti e quando alla ricerca del personaggio più efficace.
La sconfitta, consumatasi sul voto presidenziale, è nata dunque prima: non aver costruito una pratica realmente alternativa a questa deriva e una coalizione credibile ha compromesso una prospettiva di governo di cambiamento, lasciando spazio alle manovre interne al PD.
La costruzione di un’alleanza larga e capace di innovazione oggi non è un dato scontato ma un obiettivo da conquistare. Per questo, porre la necessità di una sinistra capace di autonomia politica e culturale non vuol dire relegarsi in una posizione “isolazionista”. Al contrario è un’operazione indispensabile per ricostruire una proposta credibile di governo di cambiamento. Una sinistra che oggi non scelga di mettere in gioco la propria autonomia nella costruzione di una ipotesi credibile di governo si condanna alla marginalità o alla subalternità.
Il congresso di Sel: un’occasione per tutta la sinistra
Il disastro del centrosinistra rende ineludibile questo impegno e ha prodotto una ripresa di protagonismo diffuso per troppo tempo compresso e sacrificato. Il voto sulla sfiducia ad Alfano mostra come il governo Letta sia costitutivamente soggetto al ricatto della destra, costretto ad accettare compromessi sempre più stridenti e incapace di produrre una politica economica di risposta alla crisi. Ciò espone il governo a continue tensioni: ieri la “ferita” della rendition al dittatore Kazako della moglie e della figlia di un oppositore, domani la sentenza della Cassazione su Berlusconi.
Le autoconvocazioni e le occupazioni dei circoli del PD, così come le prese di posizione di intellettuali ed esponenti politici, oggi mostrano che una strada diversa può e deve esistere.
Ma questa reazione rischia un precoce ripiegamento di fronte all’incalzare delle ”urgenze politico-economiche” in mancanza di una prospettiva.
Il congresso di SEL deve dunque promuovere un processo di aggregazione e di confronto, come abbiamo iniziato a fare con la manifestazione di piazza SS. Apostoli a cui non abbiamo dato sufficiente seguito con un’iniziativa e una prospettiva leggibile.
La cosa giusta
Nel voto sulla Presidenza della Repubblica, fino all’opposizione al governo PD-PDL frutto dell’egemonia “rigorista” imposta da Napolitano, SEL ha fatto la cosa giusta, recuperando ascolto e attenzione.
Ma si è scoperta al tempo stesso impreparata a questa nuova fase.
La posizione assunta da SEL offre un riferimento al disagio in atto nel centrosinistra per le scelte parlamentari del PD e permette di sviluppare una discussione più avanzata anche in relazione con la sinistra che non si è riconosciuta nella coalizione “Italia bene comune”. La nostra mozione contro gli F35, quella a difesa della legge 194, l’intergruppo per l’acqua pubblica: le scelte di SEL e la sua pratica parlamentare dimostrano come sia possibile e preziosa la funzione di una sinistra che non rinuncia alla propria autonomia ma si cimenta con la sfida del governo e la costruzione di un’alleanza larga. Questo profilo, queste iniziative politiche possono riconnettere rappresentanza parlamentare e popolo della sinistra. Non era scontato.
Ma a questo non corrisponde una capacità di iniziativa di SEL nel Paese, in grado di sostenere l’iniziativa parlamentare, di costruire processi più larghi. 
Per incalzare il governo e farne emergere le contraddizioni non basta una buona opposizione parlamentare, che rischia di ridursi a un innocuo gioco delle parti: è necessario costruire fatti reali, processi di aggregazione, presenza nei conflitti che si producono nel Paese.

A cosa serve Sel
Noi riteniamo che SEL debba lavorare alla costruzione di processi che portino alla costruzione di una nuova forza della sinistra, plurale, unitaria e innovativa. Non serve la sommatoria di frammenti o di parti di ceto politico per l’autoconservazione, ma una nuova esperienza politica aperta e larga, capace di sollecitare processi ampi, di aggregare intelligenze, risorse culturali per un’elaborazione inedita: un processo che richiede cura, progettualità, investimento.
Non vogliamo rinunciare a quella scelta fondativa che ha fatto di SEL una speranza per uscire dalla cieca e disperata rassegnazione delle “due sinistre”, quella pura che sta all’opposizione e quella compromessa che sta al governo. Governo e cambiamento vanno più che mai tenuti insieme.
Questo obiettivo è condizione per la promozione di una coalizione larga che sia capace di cambiamento. Crediamo ancora oggi nella necessità di costruire una coalizione di centrosinistra innovativa, unitaria, aperta, capace di uscire dal recinto dei partiti e valorizzare ciò che si muove al di fuori di essa. Chi ha considerato questo obiettivo poco realistico, dati gli orientamenti delle forze in campo, ha già fatto scelte diverse dalla nostra, ma anche l’idea di una sinistra fuori dal centro sinistra è uscita sconfitta.
In questa prospettiva il rapporto con il Partito Democratico, il suo insediamento sociale, la discussione che si sviluppa al suo interno restano un terreno decisivo. Al tempo stesso va sviluppato un dialogo con il Movimento 5 Stelle  e soprattutto con donne e uomini impegnate nelle  associazioni, nei movimenti, nella sinistra larga che non hanno creduto a sufficienza nella nostra proposta ma che oggi cercano una prospettiva credibile.
È una prospettiva che non vale solo per l’Italia ma deve essere capace di cambiare le politiche dell’Europa. Non con la semplice adesione a una o all’altra famiglia, ma essendo parte della discussione tra forze politiche europee e costruendo forme nuove di mobilitazione tra i cittadini europei.
Il movimento contro gli euromissili fu un esempio di grande unificazione delle mobilitazioni europee, allo stesso modo lo furono il movimento dei movimenti e il movimento contro la guerra.
È oggi necessario ricostruire una soggettività europea che cambi le politiche e il ruolo dell’Europa. Anche a noi a volte sfugge che le rivolte in Turchia, i 20.000 morti nel mediterraneo, parlano di noi e del ruolo che l’Europa vuole avere nel prossimo decennio: di fortezza chiusa, ripiegata su se stessa che smonta a poco a poco il suo sistema di diritti oppure di nuovo modello di integrazione tra sviluppo e diritti delle persone, capace di prospettare un’altra idea dello sviluppo.
Per cambiare politica bisogna cambiare la politica
SEL per la sua missione costitutiva di tenere insieme ragioni della sinistra e sfida del governo può svolgere un ruolo decisivo, ma è indispensabile che prenda sul serio l’altro suo elemento fondativo: l’ambizione di cambiare forme e linguaggi della politica.
A Firenze abbiamo detto di non voler fare un partito ma riaprire la partita: questo sforzo richiedeva più cura, progettualità, investimento, non meno.
Questo sforzo di ricerca, di innovazione e di cultura politica è stato messo da parte dopo il congresso di Firenze.
Senza attenzione a questo processo le derive spontanee, non contrastate, hanno alimentato un modo vecchio di essere partito: fondato sull’ossessione per l’equilibrio tra componenti senza una relazione con la discussione di merito, sullo schiacciamento sulla rappresentanza istituzionale e lo svuotamento dei precorsi partecipativi a discapito della capacità di discutere e stare nella società.
Si è trattato di una scelta fatta sulla base di una previsione e di una scommessa che potevano essere condivise ma non si sono verificate: l’ipotesi di un percorso a breve verso primarie che avrebbero rimescolato lo scenario politico superando tutti i soggetti in campo. Ma la partita non si gioca, e tanto meno si riapre, a tavolino tra gruppi dirigenti. Se c’è una critica che crediamo di poter fare al gruppo dirigente largo di SEL è di non aver assunto per troppo tempo la responsabilità di costruire il partito come corpo vivo, aperto, democratico e partecipato, lasciando questo obiettivo ai richiami retorici. Ciò ci ha portato a essere troppo spesso percepiti come omologati alla politica di palazzo e ai suoi vizi.
Oggi quella sfida torna di attualità per la funzione che SEL deve svolgere: nata per trasformare la politica, riaprire i canali di comunicazione tra pratiche sociali, culture politiche innovative e forme organizzate, deve interrogarsi su fenomeni (dall’astensione al M5S) che traggono ragion d’essere da questo vuoto e dall’assenza di una proposta credibile che (anche) SEL avrebbe dovuto costruire.
Un soggetto che non riesce a discutere liberamente, che non è capace di produrre esperienze partecipate di scambio e riconoscimento reciproco non può produrre elaborazione innovativa e iniziativa nella società.
La sottovalutazione di questi nodi ha contribuito al fallimento di molti tentativi di aggregazione. L’incapacità a innovare e aprirsi ha impedito alla sinistra, variamente collocata, di intercettare la domanda confusa di cambiamento che ha dato vita al più grande terremoto politico della storia italiana.
Dalla capacità di SEL di affrontare questo nodo dipende la sua credibilità, la possibilità di svolgere un ruolo autonomo e al tempo stesso unitario, di raccogliere domande e intelligenze ma anche di interloquire con ciò che si muove nella società, di avere un’adeguata capacità di elaborazione. Lo sforzo di tenere aperto un difficile dialogo tra il centrosinistra, il partito democratico, i movimenti, le realtà associative e i comitati è possibile solo se abbiamo l’autorevolezza di farlo perché forti di un progetto innovativo e non per inerzia o strategie di autoconservazione.
La capacità di iniziativa politica di SEL, la sua spinta innovativa e credibilità dipendono dalla qualità del nostro modo di stare e di decidere assieme.
Ripensare la politica nella crisi della politica
Ma la difficoltà di SEL è dentro una crisi più generale: ai partiti tradizionali sono stati sostituiti i partiti prede dei notabili locali, i partiti televisivi, i partiti personali; sono mancati i partiti come esperienze plurali, capaci di produrre elaborazioni condivise in relazione con quanto si muove nella società. Si tratta di un processo lungo e profondo che non nasce oggi e che procede su due piani tra loro intersecati: crisi dall’alto delle democrazie strette dal tabù dei vincoli “tecnici” nazionali e dei mercati e il loro uso ideologico, crisi verso il basso come incapacità dei partiti di costruire una connessione con la società, di ascoltarla e trasformarla.
La crescita drammatica dell’astensione e l’esplosione elettorale del Movimento 5 Stelle sono segnali su cui la riflessione  è stata troppo velocemente archiviata.
L’antidoto alla degenerazione dei partiti non può essere la semplificazione populista ma nemmeno il ritorno alla politica della sezione territoriale senza misurarsi con nuovi linguaggi, nuovi luoghi del conflitto, nuove domande di libertà e trasformazione. Per questo non abbiamo alcuna nostalgia della burocrazia, della gerarchia e dell’autoconservazione dei vecchi partiti.
È una riflessione che va ben oltre SEL e che deve produrre un’alternativa al conflitto sterile tra politicismo e antipolitica.
Non si tratta di una semplice crisi della rappresentanza, perché i partiti non sono solo strumenti per tradurre gli orientamenti e gli interessi in rappresentanze parlamentari ma anche soggetti che dovrebbero produrre analisi condivise, elaborare proposte programmatiche e strategiche, spostare orientamenti diffusi nella società.
La nostra non è una vacua petizione di buone intenzioni sull’eterno tema del rinnovamento della politica. Si tratta di cogliere il carattere cruciale di un nodo politico, almeno su due aspetti:
-          la crisi dei partiti e della democrazia sono il terreno su cui avanzano risposte sul piano politico e istituzionale che prefigurano una involuzione, populista o tecnocratica della qualità della nostra democrazia.
-          nessun nuovo processo a sinistra può avviarsi, a nostro parere, senza un cambiamento profondo su questo terreno.
La crisi che ha segnato il centrosinistra mostra in modo limpido il nesso tra forme della partecipazione ed efficacia della proposta e dell’iniziativa politica, ma anche la sconfitta di forme e modi di pensare la democrazia, la rappresentanza, la partecipazione.

Una discussione libera tra di noi, senza caricature e anatemi.
La distinzione caricaturale tra chi vorrebbe un soggetto politico aperto e chi un partito chiuso e “strutturato” mostra dunque tutta la sua infondatezza e sarebbe un elemento di igiene nella nostra discussione e un atto di onestà intellettuale se venisse rimossa.
Il fastidio per la critica o le differenze, le forme di liquidazione o rappresentazione caricaturale quando non di sospetto verso le posizioni critiche, che troppo spesso emergono anche nella nostra discussione, sono indice di una debolezza culturale e di una incapacità a misurarsi con una pluralità di punti di vista. Sono parte di questo stesso arretramento di cultura politica la degenerazione del conflitto in ostilità e inimicizia reciproca, l’insofferenza dei gruppi dirigenti per chi esprime posizioni critiche, l’invettiva dei militanti sul web verso i parlamentari e dirigenti, la denigrazione dei gruppi dirigenti altrui. Facciamo troppo spesso appello retorico alla valorizzazione delle differenze senza una reale capacità di ascolto.
La politica delle donne ci ha mostrato un’idea non distruttiva ma creativa del conflitto, in cui l’esito non è far fuori dialetticamente o fisicamente l’altro, e la cui assunzione non chiede quindi di annacquare i conflitti e rendere opache le differenti opzioni.
Ridurre la valorizzazione delle differenze a retorica porta o alla sua rimozione nella nostra pratica quotidiana o, peggio, a confondere il valore delle differenze con la rimozione dello scontro di interessi e visioni della società.
Alla logica della “fedeltà”, al principio della delega, alla gestione proprietaria dei partiti, preferiamo il confronto, l’ascolto della critica e la valorizzazione dell’autonomia e della ricerca libera: per questo riteniamo urgente una riflessione tra noi.
Sel deve dunque cambiare pelle se vuole essere utile.
Al congresso dovremo fare uno sforzo creativo e di rinnovamento senza timori, senza subordinare il confronto a logiche di schieramento interno e senza cadere in letture liquidatorie, semplicistiche del grande disagio cresciuto in questi mesi. Per farlo è necessario anche definire regole limpide.
Servono modelli organizzativi e costruzione degli organismi locali che garantiscano l’autonomia di SEL dalla dimensione istituzionale, procedure trasparenti per definire le candidature di SEL a livello nazionale e locale, l’incompatibilità tra incarichi amministrativi e ruoli di direzione politica, limiti di spesa certi per le campagne elettorali dei candidati e obbligo di pubblicizzazione dei loro bilanci negli organismi locali.
Servono garanzie per l’autonomia e la libertà di SEL da gruppi di potere e interessi economici: la costruzione dei circoli deve corrispondere a effettive presenze sul territorio, l’adesione a SEL deve essere una scelta libera, individuale e verificabile, va garantita la massima trasparenza del tesseramento, l’adesione ai circoli e la partecipazione alle loro attività deve essere libera e pubblica. Non devono esistere circoli costituiti in base all’appartenenza ad aree politiche ma circoli di SEL. Al tesseramento online, di cui va garantito il carattere effettivo e individuale delle adesioni, va affiancata la possibilità di aderire a SEL nei circoli posti nei quartieri, delle università, nei luoghi di lavoro.
Vanno aperti spazi certi e permanenti di discussione, garantendo una frequenza minima della riunione degli organismi dirigenti e delle assemblee di circolo e federazione e procedure di loro convocazione anche a disposizione degli iscritti. Vanno definiti i diritti degli iscritti e forme di coinvolgimento e partecipazione anche di chi non aderisce a SEL ma vuole dare il proprio contributo.
Vanno costruite e rafforzate sedi e modalità di confronto partecipate in cui anche il conflitto possa essere libero, limpido e creativo e contribuire ad una elaborazione condivisa, contro il sequestro di ogni spazio di confronto. Vanno superate pratiche che premiano il conformismo a scapito della ricerca libera, del confronto aperto come condizione essenziale in una comunità plurale, aperta, inclusiva e solidale.
È necessario impegnarci attivamente per ridurre i vincoli culturali che impoveriscono la nostra vita democratica, cambiare i tempi, forme e linguaggi della politica che determinano una selezione tra chi partecipa e chi no, imponendo un modello rapporto tra politica e vita delle persone non inclusivo.
Va ripensato il nostro modo di organizzarci: tra i modelli tradizionali di partito e le degenerazioni dei partiti attuali è necessario valorizzare il radicamento nei territori ma anche l’impegno tematico, la relazione con i movimenti, il superamento di linguaggi e modelli organizzativi gerarchici.
SEL deve essere un luogo effettivamente aperto in cui chi sceglie di impegnarsi, anche se privo di cariche istituzionali o di appartenenze di gruppo, possa contare e decidere, SEL deve essere strumento per costruire una pratica collettiva nella propria scuola, nella propria università, nella città, nella propria esperienza di rapporto con la precarietà, deve essere anche strumento per capire insieme agli altri il mondo e per cambiare la propria vita.
Perché tutto questo non resti adempimento burocratico statutario o vuota evocazione proponiamo che venga convocato, prima del congresso, un seminario nazionale su questi temi che coniughi la riflessione sulle regole a una riflessione su forme della politica, forme della partecipazione, linguaggi e culture politiche.
Una politica che si emancipi dalla seduzione del potere
Ma oltre le regole è necessario produrre una critica dello statuto della politica stessa - il suo fondarsi sulla separatezza tra pubblico e privato, sulla gestione del conflitto in base alla logica amico-nemico, su modelli di appartenenza basati su gerarchia, delega, rimozione delle differenze, su una concezione separata e sacrificale della militanza, su un’idea del potere maschile che ormai non corrisponde più nemmeno alla vita degli uomini e al loro desiderio di libertà.
Avviamo una discussione sulle forme della politica: le sue pratiche, i suoi linguaggi, il suo carattere inclusivo, le forme di conflitto, partecipazione e costruzione delle decisioni e degli indirizzi.
La crisi politica è una sconfitta nella gestione del potere, dei conflitti, delle forme e dei modi di pensare la democrazia, la rappresentanza, la partecipazione. Quello che è entrato in crisi è un sistema di cui non possiamo non vedere i nessi con le rappresentazioni stereotipate di ruoli e attitudini dei sessi e le disparità di potere tra donne e uomini.
In questi anni il femminismo, il mondo ambientalista, le associazioni per i diritti civili, il pacifismo, il movimento sindacale, le realtà di autogestione, il mondo dell’intellettualità e della ricerca hanno prodotto esperienze, pensiero, proposte, strumenti di analisi, spesso a loro volta viziati da limiti di linguaggio e capacità di stare insieme oltre la logica della gerarchia, dell’appartenenza e del potere. Va ripensata la vita dei partiti e vanno pensati i partiti come sguardo critico sui limiti e l’inadeguatezza di quello che si produce nella società. In questo dialogo e sguardo reciproco è il nostro ruolo. I partiti non sono riusciti a essere in relazione reciproca con la società e non hanno saputo riconnettere la politica con la vita delle persone.
Non si tratta di generiche petizioni di principio ma di questioni che tornano oggi prepotentemente in superficie, mostrando la crisi e i limiti di un’idea della politica che si ammanta di nuovo ma resta vecchissima. La resistenza al cambiamento, l’incapacità di ascolto sono frutto dell’attaccamento al potere, della spinta autoconservativa che non riguardano solo i leader nazionali ma guidano le pratiche del ceto politico locale e avvelenano la politica.
Vogliamo ripensare la politica come pratica di libertà e autonomia, come relazione, come trasformazione e ricerca, non come mero esercizio di potere.

Barbara Auleta, Stefano Ciccone, Enzo Mastrobuoni, Carolina Zincone.

per aderire o commentare inviate una email a ciccone@romascienza.it, barbara@auleta.it

giovedì 23 maggio 2013

Dopo il 12 Maggio - “Cambiare le forme della politica e della partecipazione per valorizzare le differenze e ricostruire la sinistra”

Domenica 12 maggio si è svolta a Roma l’assemblea che abbiamo intitolato
“Cambiare le forme della politica e della partecipazione per valorizzare le differenze e ricostruire la sinistra”
L’incontro è andato molto bene per quantità e qualità della partecipazione dimostrando che esiste una grande domanda e disponibilità ad affrontare insieme la crisi e cercare nuove soluzioni condivise.
Ci sono stati più di 20 interventi in una lunga mattinata tra cui: Stefano Ciccone, Fabio Bonanni, Giorgio Parisi, Giorgio Mele, Barbara Auleta, Maria Luisa Boccia, Vittorio Bonanni,Sergio Giovagnoli, Sergio Bellucci, Marco (non ci hai detto il cognome!), Letizia Paolozzi, Alberto Leiss, Fulvia Bandoli, Ileana Piazzoni, Carolina Zincone Lunetta Savino oltre a Corradino Mineo, Eugenio Cirese, Cristina Mosca e altri che hanno rinunciato al proprio intervento o di cui non abbiamo il nome.
La nostra proposta non è di un ingenuo richiamo alla partecipazione o di generica critica alle degenerazioni della politica.
Vogliamo proporre uno spazio e una proposta comune per contribuire alla discussione che si è aperta a sinistra. Abbiamo posto la necessità che la ricostruzione di una sinistra culturale e politica non passi per la sommatoria di frammenti o di parti di ceto politico teso all’autoconservazione ma sia una nuova esperienza politica aperta e larga, capace di sollecitare processi più ampi, di aggregare intelligenze, risorse culturali per un’elaborazione.
Crediamo che alla crisi dei partiti di massa non si risponda con i partiti dei notabili locali o dei leader televisivi né con il ritorno alla politica della sezione territoriale senza misurarsi con nuovi linguaggi, nuovi luoghi del conflitto, nuove domande di libertà e trasformazione.
Crediamo vada costruita una politica compatibile con i tempi di vita delle persone e capace di incontrare le tante delusioni domande, intelligenze oggi sempre più estranee ad essa.
È emersa la profondissima crisi del rapporto tra la politica e la vita delle persone, la solitudine e l’estraneità con cui molte e molti hanno vissuto la crisi di questi anni.
Ma la discussione ha mostrato anche la difficoltà a mettere insieme linguaggi, approcci, priorità differenti che non hanno luoghi comuni per capirsi, condividere pratiche comuni.

Già questo può essere un tema su cui riflettere insieme.
In quella occasione abbiamo provato a leggere la crisi della politica e dei partiti da un punto di vista specifico e cioè misurandoci con la pratica e la cultura politica del femminismo. Anche in questo caso abbiamo verificato quanto questo confronto sia fertile, ineludibile ma anche molto difficile, ostacolato da diffidenze e incomprensioni reciproche. Perché non si riesce a dare vita a relazioni politicamente significative tra donne e uomini consapevoli della differenza?
Sono emerse riflessioni su questioni programmatiche cruciali come la trasformazione dei lavori, del rapporto tra libertà norma e tecnologia , la trasformazione dell’immaginario e l’egemonia berlusconiana, la riconversione ecologica della società. La necessità, insomma, non solo di un programma di governo o opposizione ma di un orizzonte di trasformazione da ripensare a partire da una ricca elaborazione esistente e da uno sforzo di invenzione politica necessario.
Ma la domanda che poniamo è: chi e dove dovrebbe proporre una nuova capacità programmatica, come si riformano linguaggi e culture politiche?
Non c’è modo di produrre nuove proposte, integrare culture, creare senza avere luoghi comuni per farlo e modi per valorizzare differenze e punti di vista.
In questo primo incontro abbiamo soltanto iniziato a discutere.
Ora ci chiediamo e vi chiediamo come dargli seguito.
Vi inviamo in allegato un testo un po’ più articolato che può essere di base per incontri successivi, intanto a Roma ma anche in giro per l’Italia da dove vengono proposte e disponibilità.
Abbiamo detto che si apre un processo largo, un percorso di discussione, che c’è un campo largo di esperienze e proposte da mettere in relazione e nel quale vogliamo contribuire con un punto di vista.
In questo momento si moltiplicano gruppi, iniziative e proposte di discussione. Il rischio è che restino disperse e frammentate. 
Pensiamo di proporre un confronto più stabile tra gruppi spontanei di discussione ed esperienza più consolidate .
Pensiamo di replicare questo tipo di incontri aperti in altre città dove ci siano gruppi disponibili a progettarli insieme.


Per chi fosse interessato può inviare una mail a nonaffoghiamo@gmail.com


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Il Testo

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“Cambiare le forme della politica e della partecipazione per valorizzare le differenze e ricostruire la sinistra”


La costituzione di un governo di ”larghe intese”, la frattura nella coalizione di centrosinistra e la crisi verticale del Partito Democratico, rischiano di chiudere una prospettiva di cambiamento nel paese e rendono meno credibile la prospettiva di un’alternativa, determinando una nuova situazione carica di rischi.
Ma emerge anche una volontà di reazione: in molti e molte ci chiediamo come ricostruire uno spazio per il cambiamento, come riaffermare un ruolo non marginale per la sinistra e come riconnettere la politica con la domanda, spesso confusa, di cambiamento.
Intendiamo contribuire alla discussione in corso nella sinistra proponendo una riflessione aperta sul tema della crisi dei partiti, sui modelli di partecipazione, sulle culture politiche.
La sottovalutazione in passato di questi nodi ha contribuito al fallimento di molti tentativi di aggregazione. Nessun nuovo processo a sinistra può avviarsi, a nostro parere, senza un cambiamento profondo su questo terreno.
L’iniziativa dell’11maggio promossa da Sel e la manifestazione indetta dalla FIOM del 18 maggio sono due primi appuntamenti per un percorso che deve essere largo e partecipato.
Il governo di Pd-Pdl rischia di offrire una nuova centralità alla destra e alimentare una deriva populista della domanda di cambiamento emersa dal voto.
È necessario costruire una nuova proposta politica ma al tempo stesso serve una discussione che vada oltre l’attualità e che si misuri anche su come siamo arrivati a questo passaggio e colga una dimensione più  profonda della crisi in atto.
La crisi che ha segnato il centrosinistra mostra in modo limpido il nesso tra forme della partecipazione ed efficacia della proposta e dell’iniziativa politica ma anche la sconfitta di forme e modi di pensare la democrazia, la rappresentanza, la partecipazione.
Si tratta di un processo lungo e profondo che non nasce oggi e che procede su due piani tra loro intrecciati: crisi dall’alto delle democrazie strette dal tabù dei vincoli “tecnici” nazionali e dei mercati, crisi verso il basso come incapacità dei partiti di costruire una connessione con la società.
Non si tratta solo di crisi della rappresentanza perché i partiti non sono solo strumenti per tradurre gli orientamenti e gli interessi in rappresentanze parlamentari ma anche soggetti che dovrebbero produrre analisi condivise, elaborare proposte programmatiche e strategiche e spostare orientamenti diffusi.
Sono mancati i partiti come esperienze plurali, capaci di produrre elaborazioni condivise e di essere in relazione reciproca con quanto si muove nella società, di ascoltarla e trasformarla.
Nel decennio passato abbiamo avuto a sinistra una retorica che giustificava l’inseguimento del centro elettorale assumendo che  l’egemonia di destra nel paese fosse un dato non modificabile e ponendo alla sinistra la necessità o di una sua mutazione o di una sua alleanza subalterna con forze centriste: in ogni caso una sua perdita di autonomia culturale. Ora l’esplosione del Movimento 5 Stelle e dell’astensionismo mostra la forzatura di quella lettura: il blocco di centro destra, pur con un forte recupero, ha perso oltre otto milioni di voti.
Ma la risposta dominante alla crisi dei partiti è una nuova stretta e l’appello al ruolo salvifico del Presidente della Repubblica con uno scivolamento verso un presidenzialismo spurio. Gli stessi che hanno proposto l’immagine di una crisi della politica dei partiti anche come crisi maschile nella gestione del potere e dei conflitti, oggi invocano l’intervento di un uomo che paternamente guidi le forze politiche fuori dal disordine e le richiami alle loro responsabilità.
Ma il disastro del centro sinistra rende ineludibile questo tema e può produrre una ripresa di protagonismo diffuso per troppo tempo compresso dalla necessità dell’unità di facciata di partiti e coalizioni. Un tabù si è irrimediabilmente infranto liberando possibili energie. Le autoconvocazioni e le occupazioni dei circoli del PD, le prese di posizioni di intellettuali ed esponenti politici mostrano questa possibilità ma rischiano un precoce ripiegamento di fronte all’incalzare delle ”urgenze politico -economiche” e alla mancanza di una prospettiva.
D’altro canto la posizione assunta da Sel sull’elezione del Presidente della Repubblica e conseguentemente sul governo Pd - Pdl sotto l’egemonia “rigorista” imposta da Napolitano, offre un riferimento al disagio in atto nella coalizione di centrosinistra e permette di sviluppare una discussione più avanzata anche in relazione con la sinistra che non si è riconosciuta nella coalizione “Italia bene comune”.
Non vogliamo affrontare questioni di “linea politica” interne alle varie forze politiche ma nodi più larghi e trasversali che incidono sulla costruzione di una proposta politica e sulla sua credibilità.
Prima della crisi sulla scelta del Presidente della Repubblica e del governo ci sono stati l’insuccesso elettorale della coalizione di centrosinistra, il mancato ingresso in parlamento della sinistra esterna alla coalizione e l’esplosione elettorale del Movimento 5 Stelle.
Perché la sinistra diversamente collocata non ha intercettato la domanda di cambiamento?
È possibile che la mancata capacità di interpretare la grande sofferenza che attraversava il Paese sia attribuibile solo a una inadeguatezza delle proposte programmatiche? Molti punti di programma di SEL o della lista Rivoluzione Civile e del M5S (dai temi ambientali, alle questioni economiche, ai temi delle grandi opere o delle spese militari) avevano elementi in comune.
Non è stata considerata credibile ed efficace la presenza di SEL nella coalizione? Non è stata percepita come altro dalla politica discreditata dei partiti, delle loro pratiche di presenza nelle istituzioni e di autotutela del ceto politico? Certo ha pesato la mancata costruzione di SEL e la sua inadeguatezza a produrre iniziativa politica.
La lista Rivoluzione Civile ha avuto un risultato ancor peggiore. Il processo avviatosi con le assemblee di ALBA e con l’iniziativa di “Cambiare si può” si è impantanato e ha perso la propria credibilità e capacità attrattiva quando ha scelto la scorciatoia elettorale della sommatoria di sigle affidandosi al personaggio di richiamo per sfondare nell’agone televisivo.
Nella campagna elettorale sono mancate la presenza credibile di una coalizione in cui sviluppare uniniziativa e la capacità di ascoltare il desiderio di cambiamento e riaprire i canali tra società e politica istituzionale.
La domanda non è se si dovesse stare nella coalizione. Ma come starci, come fare effettivamente della presenza di una sinistra l’occasione per spostarne gli orientamenti e aprirla alla società. Chi ha investito sulla costruzione della coalizione  “Italia Bene comune” deve oggi interrogarsi sulla natura di questa esperienza e sulla sua rottura.
Lo stesso strumento delle primarie, a cui in passato si è affidato un ruolo quasi salvifico di allargamento della partecipazione e di discussione aperta su proposte e culture politiche rischia sempre più di ridursi a conta tra correnti o ricerca del personaggio più telegenico.
La rottura della coalizione avviene oggi da parte del PD per giungere a un accordo con il centrodestra. La sinistra deve riproporre la propria autonomia politica come base per costruire una coalizione coerente e credibile profondamente rinnovata .
La vicenda di SEL, nata affermando di non voler fare un ennesimo partito, ma riaprire la partita, è esemplificativa di una difficoltà più generale. La costruzione di un soggetto che non riproduca i vizi tradizionali dei partiti e sia in grado di promuovere un processo di aggregazione e trasformazione più largo non è un evento spontaneo. La partita non si gioca, e tanto meno si riapre, a tavolino tra gruppi dirigenti.
La costruzione di una soggettività politica che non tenda alla propria autoconservazione ma sia capace di sollecitare processi più ampi di sé e di aggregare intelligenze, risorse culturali per un’elaborazione inedita, richiede cura, progettualità, investimento.
Questo richiede  non un di meno ma un di più di attenzione a come concretamente si costruisce un’esperienza politica collettiva, contro le dinamiche spontanee di riproduzione di poteri, di autoconservazione del ceto politico a.  Questi vizi, mischiati a richiami retorici al cambiamento hanno tolto credibilità alle proposte politiche in campo a sinistra.
Alla crisi del partito di massa, non si risponde con il partito dei notabili locali, con il trasferimento di titolarità politica dagli organismi collettivi partecipati agli staff delle rappresentanze amministrative locali. Ma, l’antidoto a questa  degenerazione non può essere il ritorno alla sola dimensione della sezione territoriale senza misurarsi con nuovi linguaggi, nuovi conflitti, nuove domande di libertà e trasformazione.
Il berlusconismo ha permeato la politica e la società. Nessuna nuova stagione politica è possibile senza una innovazione culturale e una capacità di leggere la trasformazione avvenuta negli orientamenti, i desideri, le paure, i modelli diffusi.
C’è stata la costruzione di forme di organizzazione, di relazione con i movimenti e le associazioni, di produzione di analisi e proposte condivise che valorizzassero le tante intelligenze e competenze che avevano espresso interesse nella proposta di SEL o di Alba e di Cambiare si può? Non abbastanza.
Eppure molte energie del femminismo, del mondo ambientalista, delle associazioni per i diritti civili, del pacifismo italiano, del movimento sindacale e dell’intellettualità di sinistra hanno offerto un’interlocuzione diretta con queste esperienze.
Perché questa presenza non ha modificato forme, linguaggi e culture dei partiti della sinistra?
Così semplici cittadini e cittadine che avevano investito nelle primarie di coalizione in cerca di un nuovo protagonismo non hanno trovato lo spazio per mettere in gioco il proprio desiderio di partecipazione con la volontà di contare sulle scelte politiche locali e nazionali.
In questa campagna elettorale il disagio diffuso nelle forze della sinistra non ha trovato ascolto producendo una perdita che, se pure non ha inciso quantitativamente sul risultato elettorale, ne ha offuscato l’immagine e la capacità di iniziativa e di interlocuzione con aree significative della “società attiva”.
Allo stesso modo esponenti del mondo intellettuale e di una sinistra diffusa che avevano speso le proprie energie e intelligenze nel percorso di Alba e di “cambiare si può”,  paiono riprendere un  percorso interrotto dopo la battuta d’arresto durante la campagna elettorale.
C’è dunque un nesso tra forme di partecipazione, processi di costruzione condivisa e qualità e credibilità della proposta politica?
Il tentativo di porre questo tema è stato spesso rinviato, ha incontrato resistenze conservative e atteggiamenti liquidatori per i cambiamenti che sollecitava. I soggetti politici in campo, associano alla propria strutturale incapacità a costruire percorsi condivisi di elaborazione delle proprie proposte politiche, delle proprie analisi, la rimozione e demonizzazione dei conflitti interni.
La cultura del tradimento e della fedeltà, il fastidio per la critica o le differenze tornano in formazioni che non hanno nulla del modello di Partito in cui vigeva il centralismo democratico.
Nel Partito Democratico, dopo lo scenario disarmante del voto sulla Presidenza della Repubblica, si ripresentano sia le accuse di tradimento a SEL che le minacce di espulsione per i propri parlamentari non allineati.
Nel M5S l’autonomia del singolo parlamentare e la sua possibilità di interloquire col pubblico viene vissuta come incompatibile con la partecipazione al movimento.
Su questo tutta la sinistra ha mostrato una debolezza culturale che produce una inadeguatezza politica di gruppi dirigenti incapaci di misurarsi con una pluralità di punti di vista, differenti priorità.
L’appello all’unità, intesa come omogeneità dei soggetti politici, diviene paradossalmente ostacolo alla costruzione di processi unitari e di dialogo tra forze diverse.  Mentre una distorta idea del riconoscimento tra differenze porta a una retorica che presenta il governo di larghe intese come superamento delle delegittimazione reciproca. Ma la valorizzazione della differenza come risorsa non chiede di annacquare i conflitti, di rendere opache le differenti opzioni, di rimuovere lo scontro di interessi e visioni della società e dunque non ha nulla a che fare con il governo con la destra.
Ma fuori dai partiti il disagio e la delusione diventano invettiva rancorosa e le esperienze sociali e politiche che crescono nella società non riescono a produrre linguaggi comuni, capacità di relazione.
Al fondo delle difficoltà dell’oggi e di ciò che è necessario ripensare per il domani c’è la sfida di ripensare la politica come pratica di libertà e autonomia, come relazione, come trasformazione e ricerca e non come esercizio di potere.
La resistenza al cambiamento, l’incapacità di valorizzazione delle differenze sono frutto dell’attaccamento al potere, della spinta auto conservativa che guida le pratiche del ceto politico e avvelena una idea della di politica di cui dobbiamo liberarci.
Per pensare qualunque nuovo percorso politico collettivo è necessario partire da una riflessione alla radice della politica e al suo rapporto con il potere, le differenze e la libertà.
Abbiamo detto che si apre un processo largo, un percorso di discussione, che c’è un campo di esperienze e proposte da mettere in relazione nel quale vogliamo contribuire con un punto di vista.



In questo momento si moltiplicano gruppi, iniziative e proposte di discussione. Il rischio è che restino disperse e frammentate. 
Pensiamo di proporre un confronto più stabile tra gruppi spontanei di discussione ed esperienza più consolidate.
Pensiamo di replicare questo tipo di incontri aperti in altre città dove ci siano gruppi disponibili a progettarli insieme.
Chiediamo la vostra disponibilità a continuare inviandoci una email di risposta a questa e di proporre iniziative e temi di discussione.

giovedì 9 maggio 2013

Cambiare le forme della politica e della partecipazione, valorizzare le differenze per ricostruire la sinistra - Domenica 12 maggio ore 10.30 presso la sala “Esquilino” via Galilei 53, Roma



La nascita del governo PD-Pdl, la frattura nella coalizione di centrosinistra e la disfatta del Partito Democratico, rischiano di chiudere una prospettiva di cambiamento nel paese e la credibilità di un’alternativa aprendo una fase carica di rischi. Ma è emersa anche una volontà di reazione: in molti ci chiediamo come ricostruire uno spazio di cambiamento e riaffermare un ruolo non marginale per la sinistra, come riconnettere la politica con la vita delle persone.
Crediamo sia necessario partire da una riflessione aperta sul tema della crisi dei partiti, sui modelli di partecipazione e sulle culture politiche. La sottovalutazione in passato di questi nodi ha contribuito al fallimento di molti tentativi di aggregazione e inizi mancati. 
Nessun nuovo processo a sinistra può avviarsi, senza un cambiamento nel modo di intendere la politica e costruire la partecipazione. 
Serve un confronto e lavoro comune anche a partire da scelte e collocazioni diverse. Serve una discussione che vada oltre l’attualità e si misuri anche su come siamo arrivati a questo disastro e colga una dimensione più generale e profonda della crisi in atto.
La crisi politica è una sconfitta nella gestione del potere e dei conflitti e delle forme e dei modi di pensare la democrazia, la rappresentanza, la partecipazione. La politica muore se schiacciata sotto la retorica della ineluttabilità dei vincoli dei mercati e il dogmi delle politiche di bilancio europee. Non è più possibile non vedere come questa crisi sia anche frutto di una cultura maschile del potere, della politica, del rifiuto delle differenze.
I partiti non sono riusciti ad essere in relazione reciproca con la società, di ascoltarla e al tempo stesso trasformarla, di essere esperienze plurali capaci di produrre elaborazioni condivise. 
La partita non si gioca, e tanto meno si riapre, a tavolino tra gruppi dirigenti. Non serve la sommatoria di frammenti o di parti di ceto politico teso all’autoconservazione ma una nuova esperienza politica aperta e larga, capace di sollecitare processi più ampi, di aggregare intelligenze, risorse culturali per un’elaborazione inedita: un processo che richiede cura, progettualità, investimento. Alla crisi dei partiti di massa non si risponde con i partiti dei notabili locali o dei leader televisivi. Allo stesso tempo l’antidoto a questa degenerazione non può essere il ritorno alla politica della sezione territoriale senza misurarsi con nuovi linguaggi, nuovi luoghi del conflitto, nuove domande di libertà e trasformazione. La politica deve anche essere compatibile con i tempi di vita delle persone.
Ma la politica non è un deserto: anche in questi anni il femminismo, il mondo ambientalista, le associazioni per i diritti civili, il pacifismo, il movimento sindacale, le realtà di autogestione, il mondo dell’intellettualità e della ricerca hanno prodotto esperienze, pensiero, proposte, strumenti di analisi.
Ma anche le esperienze di movimento e associative hanno mostrato i loro limiti proprio nell’invenzione di linguaggi e modi di stare insieme oltre la logica della gerarchia, dell’appartenenza e del potere.
Oggi molti cittadini e cittadine mettono in gioco il proprio desiderio di partecipazione e la propria volontà di contare sulle scelte politiche locali e nazionali. 
Non è più possibile separare forme di partecipazione, processi di costruzione condivisi e qualità e credibilità della proposta politica.
Emerge qui la debolezza culturale di gruppi dirigenti che, incapaci di misurarsi con una pluralità di punti di vista, esprimono fastidio per la critica o le differenze. 
Ma la valorizzazione della differenza come risorsa non chiede di annacquare i conflitti, di rendere opache le differenti opzioni, di rimuovere lo scontro di interessi e visioni della società e dunque non ha nulla a che fare con il governo con la destra.
La resistenza al cambiamento, l’incapacità di ascolto sono frutto dell’attaccamento al potere, della spinta auto conservativa che non riguarda solo i leader nazionali ma guida le pratiche del ceto politico locale e avvelena un’idea della politica di cui tutti dobbiamo liberarci.
Per ripartire è necessario cambiare davvero.
Vogliamo ripensare la politica come pratica di libertà e autonomia, come relazione, come trasformazione e ricerca e non come esercizio di potere. 

Parteciperanno tra gli altri: Barbara Auleta, Fulvia Bandoli, Maria Luisa Boccia, Gloria Buffo, Stefano Ciccone, Andrea Costa, Sergio Giovagnoli, Alberto Leiss, Pietro Masina, Enzo Mastrobuoni, Giorgio Mele, Mauro Palma, Monica Pasquino, Bia Sarasini, Claudio Vedovati, Francesca Vigiano, Carolina Zincone



venerdì 3 maggio 2013

Un punto di vista sulla crisi. una proposta di riflessione e di iniziativa

di Stefano Ciccone



Il disastro nel centro sinistra, la costituzione di un governo con la destra, la frattura nella coalizione di centrosinistra e la crisi verticale del Partito Democratico, rischiano di chiudere una prospettiva di cambiamento nel paese e la leggibilità di un’alternativa determinando una nuova situazione carica di rischi.

Ma questa vicenda ha mostrato una capacità di reazione di militanti ed elettori ed elettrici del centrosinistra: in molti e molte ci chiediamo come ricostruire uno spazio per il cambiamento, come riaffermare un ruolo non marginale per la sinistra e come riconnettere la politica con la domanda confusa di cambiamento.

Con questa iniziativa intendiamo contribuire alla discussione in corso nella sinistra proponendo una riflessione aperta sul tema della crisi dei partiti, sui modelli di partecipazione, sulle culture politiche.

La sottovalutazione in passato di questi nodi ha contribuito al fallimento di molte iniziative politiche, tentativi di aggregazioni, inizi mancati. Nessun nuovo processo a sinistra può avviarsi, a nostro parere, senza un cambiamento profondo su questo terreno.

L’assemblea proposta da Nichi Vendola per l’11 maggio è un riferimento per una discussione che va molto oltre sel.  Nel nostro percorso abbiamo assunto Sinistra ecologia libertà come riferimento senza rinunciare a riconoscere l’importanza dei quanto si muoveva fuori e a tentare di costruire occasioni di confronto e lavoro comune tra diversi. Oggi proponiamo un confronto anche a partire da scelte e collocazioni diverse.

Il governo di larghe intese rischia di offrire una nuova centralità alla destra e di alimentare una deriva populista della domanda di cambiamento emersa contraddittoriamente dal voto.

Per affrontare questa nuova fase è necessario costruire una nuova proposta politica ma al tempo stesso serve una discussione che vada oltre l’attualità e che si misuri anche su come siamo arrivati a questo passaggio e colga una dimensione più generale e  profonda della crisi in atto.

La gravissima crisi che ha segnato il centrosinistra mostra in modo limpido il nesso tra forme della partecipazione e efficacia della proposta e dell’iniziativa politica. È una sconfitta politica ma anche una sconfitta di forme e modi di pensare la democrazia, la rappresentanza, la partecipazione.

Si tratta di un processo lungo e profondo che non si consuma nei 50 giorni dopo il voto e che procede su due piani tra loro intersecati: crisi dall’alto delle democrazie strette dal tabù dei vincoli “tecnici” nazionali e dei mercati, (vincoli, in realtà introiettati e invocati oltre la loro effettiva ineluttabilità)  crisi verso il basso come incapacità dei partiti di costruire una connessione con la società, di ascoltarla e al tempo stesso trasformarla.

Non si tratta di una semplice crisi della rappresentanza perché i partiti non sono solo strumenti per tradurre gli orientamenti e gli interessi in rappresentanze parlamentari ma anche soggetti che dovrebbero produrre analisi condivise, elaborare proposte programmatiche e strategiche e, non in ultimo, non limitarsi ad assumere come dati gli orientamenti nella società, da cui proteggersi o da assecondare, ma spostare orientamenti diffusi, modificare il senso comune.

Sono mancati i partiti come esperienze plurali e capaci di produrre elaborazioni condivise e di essere in relazione reciproca con quanto si muove nella società.

Sulla presunta necessità di riconoscere gli orientamenti dominanti nella società italiana nel decennio passato abbiamo avuto a sinistra una rappresentazione tesa a giustificare sia l’inseguimento del centro elettorale che riforme istituzionali tese a tagliare le ali e garantire governabilità. Questa argomentazione assumeva l’egemonia di destra nel paese come dato non modificabile ponendo alla sinistra la necessità o di una sua mutazione o di una sua alleanza subalterna con forze centriste che portava con se anche una sua perdita di autonomia culturale. Ora l’esplosione del movimento 5 stelle  e dell’astensionismo ci dice che quella lettura era perlomeno molto forzata: il blocco di centro destra, pur con un forte recupero nella campagna elettorale, ha perso oltre otto milioni di voti.

Ma alla crisi dei partiti si risponde con una nuova stretta e l’appello al ruolo salvifico del Presidente della Repubblica che determina uno scivolamento oggettivo degli equilibri istituzionali verso un presidenzialismo spurio. Gli stessi che nelle proprie analisi hanno proposto l’immagine di una crisi della politica dei partiti anche come crisi maschile nella gestione del potere e dei conflitti, oggi invocano l’intervento di un uomo che paternamente guidi le forze politiche fuori dal disordine e le richiami alle loro responsabilità.

Al tempo stesso il disastro del centro sinistra rende ormai ineludibile questo tema e può produrre una ripresa di protagonismo diffuso per troppo tempo compresso dalla necessità e dalla credibilità dell’unità di facciata di partiti e coalizioni. Un tabù si è irrimediabilmente infranto liberando possibili energie. Le autoconvocazioni e le occupazioni dei circoli del PD mostrano questa possibilità ma rischiano un precoce ripiegamento di fronte all’incalzare delle urgenze politiche e senza una prospettiva.

La posizione assunta da Sel sull’elezione del Presidente della Repubblica e conseguentemente sulla prospettiva di un governo basato sul sostegno di pd e pdl sotto un’egemonia “rigorista” imposta da Napolitano, le conferisce un nuovo ruolo e permette di sviluppare tra noi una discussione più avanzata.

Ma resta la necessità di un chiarimento sulle difficoltà di questi mesi. Non vogliamo con questa iniziativa affrontare questioni di “linea politica” interni a una forza politica ma nodi più  larghi e trasversali e su come questi  incidono sulla esplicitazione di una proposta politica e sulla sua credibilità.

Prima della crisi sulla scelta del Presidente della Repubblica e del governo c’è stato il mancato successo elettorale della coalizione di centrosinistra e il mancato ingresso in parlamento della sinistra esterna alla coalizione con, al contempo l’esplosione elettorale del Movimento 5 Stelle. Non faremo qui un’articolata analisi del voto ma vogliamo focalizzarci su alcune domande.

Perché la sinistra diversamente collocata non ha intercettato la domanda di cambiamento?

È possibile che la mancata capacità di intercettare e interpretare la grande sofferenza che attraversava il pese sia attribuibile solo a una inadeguatezza delle proposte programmatiche? Molti dei punti di programma – e si tratta di un dato significativo di cui tener conto- di SEL o della lista Rivoluzione Civile e del M5S (dai temi ambientali, ai diritti civili, alle questioni economiche, ai temi delle grandi opere o delle spese militari) avevano molti elementi in comune.

Non è stata considerata credibile ed efficace la presenza di SEL nella coalizione? Non è stata percepita come altro dalla politica discreditata dei partiti , delle loro pratiche di presenza nelle istituzioni e di autotutela del ceto politico?

Ma la lista Rivoluzione Civile ha avuto un risultato ancor peggiore. Il processo di grande interesse avviatosi con le assemblee di ALBA e con l’iniziativa di “cambiare si può” si è impantanato ed ha perso la propria credibilità e capacità attrattiva quando si è scelta la scorciatoia elettorale della sommatoria improvvisata di sigle e di affidarsi alla capacità attrattiva delega al personaggio di richiamo per sfondare nell’agone televisivo.

Ha pesato la mancata costruzione di SEL e la sua inadeguatezza a produrre una iniziativa politica corrispondente alle dichiarazioni ai giornali di Vendola in campagna elettorale. È divenuta ormai troppo stridente la differenza tra il cambiamento di forme, linguaggi e pratiche politiche cui allude il discorso pubblico di Vendola e la realtà delle forme organizzate, delle ossificazioni di poteri in Sel su cui lo stesso Vendola ha troppo spesso avuto uno sguardo quanto meno distratto.

Nella campagna elettorale sono venuti a mancare due capisaldi della proposta politica della sinistra che ha scelto di cimentarsi con una proposta di governo: la presenza credibile di una coalizione in cui sviluppare una iniziativa e il rilancio di una nuova politica capace di ascoltare il desiderio di cambiamento e riaprire i canali tra società e politica istituzionale.

La domanda non è se si dovesse stare nella coalizione. Ma come starci, come fare effettivamente della presenza di una forza di sinistra l’occasione per spostarne gli orientamenti e aprirla alla società. E che giudizio dare su questa coalizione. Lo stesso strumento delle primarie, a cui in passato si è affidato un ruolo quasi salvifico di allargamento della partecipazione e costruzione di una discussione larga su proposte e culture politiche rischia sempre più, in assenza di uno spazio condiviso e riconosciuto di coalizione, di ridursi a conta tra correnti o ricerca del personaggio più telegenico.

La rottura avvenuta sulla scelta del PD di giungere a un’alleanza di governo con il centro destra mostra che autonomia politica e impegno per costruire una coalizione coerente e credibile non sono in contraddizione.

Agitare lo spauracchio che ogni riflessione critica sia l’anticamera o la dissimulazione di una prospettiva diversa diviene un modo per eludere la domanda e dunque abdicare al ruolo fondativo che sel si è data. Questi mesi hanno dimostrato che il come costruire una presenza nella coalizione non è un elemento qualificativo ma muta la natura stessa del senso e del ruolo strategico di Sel.

Con queste elezioni si conclude un ciclo iniziato con il congresso di Firenze di Sel.

Dopo Firenze SEL disse di non voler fare un ennesimo partito, ma riaprire la partita. Ma la scelta di costruire un soggetto che non riproduca i vizi tradizionali dei partiti e sia in grado di promuovere un processo di aggregazione e trasformazione molto più largo non è un evento spontaneo. Serve una soggetto in grado di pensarlo, sollecitarlo, costruirlo, farlo diventare riferimento di una pratica diffusa, di esperienze sociali. La partita non si gioca, e tanto meno si riapre, a tavolino tra gruppi dirigenti.

Più nello specifico, la costruzione di una soggettività politica che non tenda alla propria autoconservazione ma che sia capace di sollecitare processi più ampi di sé e, soprattutto, di aggregare intelligenze, risorse culturali per un’elaborazione inedita, richiede cura, progettualità, investimento.

Prendere in parola l’indicazione di Firenze avrebbe dovuto significare non un di meno ma un di più di attenzione a come concretamente si costruiva questa esperienza.

Non farlo non ha aperto una larga sperimentazione dentro e fuori SEL ma ha significato lasciarla alle dinamiche spontanee di riproduzione di poteri, dinamiche di autoconservazione del ceto politico intermedio, posizionamenti solo retoricamente innovativi togliendo credibilità a questa proposta.

Alla crisi del partito di massa, strutturato, non si risponde con il partito dei notabili locali, con il trasferimento di titolarità politica dagli organismi collettivi partecipati agli staff delle rappresentanze amministrative locali. Allo stesso tempo l’antidoto alla degenerazione dei partiti non può essere il ritorno all’onesta politica della sezione territoriale senza misurarsi con nuovi linguaggi, nuovi luoghi del conflitto, nuove domande di libertà e trasformazione.

Questa riflessione e questo allarme sono stati rinviati in previsione di una scadenza elettorale a breve che avrebbe risolto molti nodi. Il rinvio di questo appuntamento ha gravemente logorato un’esperienza che aveva scelto di non sciogliere questi nodi.

Siamo riusciti a valorizzare competenze e intelligenze?

C’è stata la costruzione di forme di organizzazione, di relazione con i movimenti e le associazioni, di produzione di analisi e proposte condivise che valorizzassero le tante intelligenze e competenze che avevano espresso interesse e fiducia nella proposta di SEL? Non abbastanza. Eppure potremmo vedere come molte energie del femminismo, del mondo ambientalista, delle associazioni per i diritti civili, del pacifismo italiano, del movimento sindacale e dell’intellettualità di sinistra avessero offerto un’interlocuzione diretta con SEL. E pensiamo anche alla larga disponibilità di semplici cittadini e cittadine che non hanno trovato in SEL lo spazio per mettere in gioco il proprio desiderio di partecipazione ma anche la propria volontà di contare sulle scelte politiche locali e nazionali. Allo stesso modo esponenti significativi del mondo intellettuale e di una sinistra diffusa avevano speso le proprie energie e intelligenze nel percorso di Alba e di “cambiare si può” e oggi paiono riprendere un  percorso interrotto.

C’è, dunque, un nesso tra forme di partecipazione, qualità della, processi di costruzione condivisa da un lato e qualità e credibilità della proposta politica dall’altro? Il tentativo di porre questo tema è stato in questi mesi sempre rinviato quando non osteggiato per i cambiamenti che sollecitava. Ha incontrato molte resistenze conservative e molti atteggiamenti liquidatori quando non denigratori.

Gestire i conflitti e le differenze senza ossificarli in schieramenti e appartenenze.


A cavallo di questa campagna elettorale una diffusa condizione di disagio, che non ha trovato un adeguato ascolto e una capacità di valorizzarlo come risorsa per un cambiamento ha prodotto una perdita di quadri e militanti che probabilmente non ha inciso quantitativamente sul risultato elettorale ma è certo parte di un appannamento di immagine e della capacità di interlocuzione con aree significative della “società attiva” e che ha inciso sulla capacità di iniziativa. Una valutazione che vale per Sel ma certo anche per la lista rivoluzione civile da cui si sono dissociati molti promotori di quel percorso.

Paradossalmente i soggetti politici in campo, accompagnano a una strutturale incapacità a costruire percorsi condivisi di elaborazione delle proprie proposte politiche, delle proprie analisi, una propensione alla rimozione dei conflitti interni attraverso una loro demonizzazione.

La cultura del tradimento e della fedeltà, il fastidio per la critica o le differenze tornano in formazioni che non hanno nulla del modello di Partito in cui vigeva il centralismo democratico.

Nel Partito Democratico, dopo lo scenario disarmante del voto sulla Presidenza della Repubblica si ripresentano sia le accuse di tradimento a SEL che le minacce di espulsione per i propri parlamentari che non dovessero votare il governo con il Pdl: una scelta  in piena contraddizione con la carta d’intenti della coalizione.

Nel M5S l’autonomia del singolo parlamentare e la sua possibilità di interloquire col pubblico viene vissuta come una minaccia all’integrità del movimento.

Su questo anche SEL, e con essa, in forme diverse tutta la sinistra, ha mostrato una debolezza culturale che produce una inadeguatezza politica di un gruppo dirigente allargato incapace di misurarsi con una pluralità di punti di vista, differenti priorità.

D'altronde la sinistra ha mostrato in questi ultimi dieci anni una serie di scissioni accompagnate da reciproci insulti, ad ogni snodo e scelta strategica.

L’unità, intesa come omogeneità dei soggetti politici, diviene anche ostacolo alla costruzione di processi unitari e di dialogo tra forze diverse.  Mentre una distorta idea del riconoscimento tra differenze porta a una retorica che presenta il governo di larghe intese come superamento delle delegittimazione reciproca. La valorizzazione della differenza come risorsa non chiede di annacquare i conflitti, di rendere opache le differenti opzioni, di rimuovere lo scontro di interessi, poteri e visioni della società in atto.

Ma al fondo delle difficoltà dell’oggi e di ciò che è necessario ripensare per il domani c’è la necessità di ripensare la politica come pratica di libertà e autonomia, come relazione, come trasformazione e ricerca e non come esercizio di potere. La resistenza al cambiamento, l’incapacità di ascolto e valorizzazione delle differenze sono frutto dell’attaccamento al potere, della spinta auto conservativa che non i riguarda solo i leader nazionali ma guida le pratiche del ceto politico locale e avvelena una idea della dì politica di cui tutti e tutte dobbiamo liberarci.

Per pensare qualunque nuovo percorso politico collettivo possibile è necessario partire da una riflessione alla radice della politica e al suo rapporto con il potere, le differenze e la libertà.